DIARIO NOTTURNO – Santo e Rosina ( di Diego Sergio Anza’)

Chiedo scusa allo scoglio, ma voglio fuggire. Ho visto gli indios alla Marina. Non ho visto la foresta di Manaus. Ho sentito il suo respiro bollente, un tragico, enorme mantello di sudata fiacchezza. Tutto l’umido in un pentolone arrossato dal tramonto.

Fuggo verso le mie colline, risalgo il Timeto. Il suo letto è pieno di tanti ospiti verdi ed ondeggianti. Mi accolgono, mi risanano. Una carezza fresca dopo tanto soffrire.

Subito dopo un’ansa, poco prima di Colla, la mia auto sobbalza e rallenta. Due anziani campagnoli procedono guardinghi nella cunetta. La donna è grassoccia, lui come una canna del fiume. Nelle borse trasportano i colori dell’orto. Forse per la cena, forse per donarli a figli e nipoti.

Sarà la torrida ubriacatura ancora non smaltita, sarà la sera trasfigurante, ma quei due sono Santo e Rosina. Fine Anni Cinquanta. Santo e Rosina sono coloni nella proprietà di mia nonna. Hanno tre figli piccoli, l’asino Ninetto, la capretta Pippa ed il maiale Turiddu. Hanno pure tre conigli ed un pollaio sbrindellato. Il cane Ciccio si unisce alla compagnia. Questo è il loro patrimonio.Diario_Notturno-

Si ricoverano nella casa di mitadderi, tranne quando piove perché il tetto è pieno di bocche cattive. La cucina l’ha costruita il nonno di Giufà ed il letto si arrangia su trampoli sdentati e tavolacci lamentosi. I tre bambini hanno un nido di paglia. Per i bisogni del corpo, c’è un buco sotto il grande alloro. Un cesso da imperatori. Sotto….l’alloro.

Santo e Rosina succhiano la terra, la insalivano, la fecondano. Crescono le spighe di grano. Le pagnotte calde sostano prima sulle tegole e poi nelle pance. In compagnia di un pomodoro, forse anche di un peperone e di qualche pera ‘nfigatata.

Santo e Rosina portano a spasso le mucche della padrona. Qualche tazza di latte per i figli ed una dura mollica di maiacchinu. Dubbanu con affetto il porco. A Natale una coltellata in gola ed è festa.

Rosina è un pò tosta. Santo un pezzo di pane. Gli vado sempre dietro, gli faccio cento domande. A volte mi sento Tarzan, altre Blek Macigno. Ogni tanto succede che restiamo soli. Lo invito a mangiare nella mia casa. Santo strappa quattro uova dal culo delle galline e le sacrifichiamo nell’olio bollente, con una coperta di peperoncino. Per dispetto lo faccio bere nel bicchiere personale di mio padre, maniaco igienista. Prime vendette freudiane. Che spasso!

Poi gli dico di fottersene dei lavori e ci sdraiamo sotto i rami smilzi di un nocciolo. Stritoliamo le foglie secche, accartocciamo il nostro “tabacco” e via nuvole di pensieri, di racconti, di speranze e di desideri, a volte irripetibili. Io non ho neppure 10 anni, Santo, credo una trentina. Debbo pure chiedergli qualche….spiegazione. Arriva Rosina con le mucche e i tre figli, piccoli indiani attaccati alla paziente gonna. Sgrida il marito: alzati, poltrone, aiutami. E finisce il fumetto.

Un giorno questa sacra famiglia dei Nebrodi ha detto basta a tanta inutile fatica e si è imbarcata per il Nuovo Continente. Come tante altre, sfinite, sfruttate, oltraggiate dalla vita. Un’ingiusta ed insopportabile misera esistenza.

Oggi, direbbe qualcuno, per fortuna è un’altra storia. Da marxiano non pentito mi viene un atroce, frustrante dubbio: è meno misera l’esistenza di quella moderna signora livornese che ha dimenticato la figlia di 18 mesi nella camera a gas della sua auto, sotto il sole di luglio?

Io non ho mai visto Rosina dimenticare, neppure per un solo istante, i suoi tre bambini nel bosco rovente dell’affanno.

Nonostante tutto, era la civiltà contadina. Inchiniamoci.

 

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