Sticky PostDIARIO NOTTURNO – LA STORIA DI LINDA ( di Diego Sergio Anza’)

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Il treno avanza spedito, ma senza fretta. Ogni tanto rantola, beccheggia, s’annebbia. Uno sbadiglio e riprende slancio. Attraversa campi indefiniti e paesi indifferenti. Mattoni scoloriti, muri di fuliggine, grandi capanne di merci. Sulle chiese campanili mozzi color castagna. S’imbrunisce l’istante e si fa grigio l’orizzonte. Nulla è bello e nulla è brutto. Tutto è indistinto, vago, sospetto. O sospeso.
È la terra di mezzo tra la iattante metropoli e la riottosa provincia.
Sono sul convoglio delle Ferrovie Nord. Da Milano, piazza Cadorna, a Varese. La lunga striscia dei cartelli, come li ricordo: Rho, Saronno, Uboldo, Rescaldina, Legnano, Castellanza, Busto Arsizio.
Il buio è sceso da un po’. Il fiume dei pendolari ha già invaso ogni ricovero. I più giovani hanno le cuffie alle orecchie. Si sono assentati dal mondo. Gli altri guardano a domani o sonnecchiano. Come una signora biondina con i capelli giovani e la pelle increspata. Mi sta di fronte. Ha una borsa a sacco e la busta gonfia di un ipermercato. Ha soprassalti. Apre il sacco e rimesta tra i suoi affanni. Poi torna a socchiudere gli occhi senza colore. Un altro sussulto. Guarda l’orologio, è smarrita. Mi chiede l’ora. “Il mio si sarà fermato”, dice. Si rassicura, ma non la faccio di nuovo assopire. Il maledetto vizio dei giornalisti d’impicciarsi della vita degli altri.
Ah,mi dice, lei scrive? Bene, le racconto la mia giornata. Capisco che ha voglia di “confessare” la sua innocente disgrazia e mi acconcio con tonaca e breviario.
Si chiama Linda, ha da qualche anno oltrepassato i quaranta, ha un marito e due figli. Lavora in un supermarket di una famosa catena internazionale. A Varese.
Ma sentiamo il suo racconto.
“Ero un’impiegata come tante altre, come mio marito che è dipendente della stessa ditta. Un maledetto giorno, uno dei gran capi mi offre un contratto forfettizzato. Avanzamento di qualifica e stipendio da 1500 a 1800 euro al mese netti. Caspita 300 euro in più mi consentono di pagare mezzo mutuo. Chiedo: e che debbo fare per guadagnarmi questo aumento? Qualche  ora in più di lavoro, quando serve, risponde il gran capo. Tu sei la più brava”.
Sto insolitamente zitto ed ascolto Linda che adesso ha occhi di fuoco.
“Ecco cosa significava l’oretta in più quando serviva. Diario della mia giornata: ore 5,15 sveglia. Punto per mia figlia di 10 anni la sveglia un’ora dopo. Deve vestirsi, aiutare il fratellino di 5 anni a prepararsi e fare la colazione. È lei ormai la mamma di casa. Mio marito è già sul treno perché lavora in un  centro più lontano. Io alle 6 debbo essere puntualissima nel cortile del market. Arriva il camion con la merce. Alla guida di un muletto trasporto i pacchi dentro e sistemo tutto  negli espositori, con l’aiuto di due colleghi. Pronta e via, mezz’ora d’intervallo. Alle 7,15, i miei figli sono davanti alla porta. Il più piccolo sente un freddo cane, ha il giubbotto abbottonato storto e ha dimenticato il cappellino. Non c’è tempo. Li carico in macchina e li…deposito a scuola fino alle 18. Di corsa di nuovo al lavoro. Sono le 8, ne avrò fino alle 22, se tutto va bene. Se non sbaglio sono  16 ore di fila. Tutti i giorni così, compresa mezza giornata di domenica. Per 300 euro in più….
Quando arrivo a casa tutti dormono ed io non ho voglia neppure di dormire. Non ho il diritto di essere madre quando i miei figli stanno male e neppure quando festeggiano il compleanno. A volte, miracolosamente, riesco a raggiungerli un minuto prima che spengano le candeline”.
Il  treno è in stazione a Varese. La  signora Linda vorrebbe aggiungere altro, ma scappa via col suo sacco di affanni e la busta di cibarie. Chissà che riesca a trovare qualcuno sveglio in casa.
“Lo scriva il racconto delle  mie giornate”. L’ho accontentata, per quel che serve.
Resto ammutolito ed incredulo. Va bene la flessibilità del lavoro, ma Linda l’ho vista mentre, sotto la frusta, trasporta macigni per le piramidi egizie. Non è possibile. Chiedo lumi ai colleghi di un giornale locale. Non sono per nulla stupiti. “Sapessi quanti casi così…”
 SÌ, Linda la nuova schiava in mezzo ai nuovi schiavi. Ad un passo dalla totale alienazione. Disumanizzata, atomizzata.
Il modello capitalista ed industriale ha leggi inderogabili e l’uomo è asservito a queste leggi. Questo modello è un enorme apparato di dominio perché non lascia margini alla libertà umana; l’uomo diventa un semplice ingranaggio di un sistema enorme che lo sovrasta e di cui egli subisce il funzionamento, senza alcuna possibilità di opporvisi.
Il comunismo “realizzato” è stato un inferno da cui, con lacrime e sangue, è stato possibile uscire. Da questo inferno non vedo porte attraverso le quali fuggire.
P. S. Dedico questo pezzo, oltre che a Linda ovviamente, anche ai tanti giovinotti e giovinotte di casa nostra che pensano di trovare fortuna emigrando nel felice Nord e che sono incapaci di costruirsi un futuro a casa propria. O che si permettono di rifiutare un lavoro magari un po’ più impegnativo solo perché non gli permette di andare in discoteca, o in pizzeria, ogni sabato sera!!!
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Diego Sergio Anza’

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